Il veliero (beata solitudine)

scritto da Fringuello
Scritto Ieri • Pubblicato 14 ore fa • Revisionato 14 ore fa
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Testo: Il veliero (beata solitudine)
di Fringuello

In una bella giornata di primavera, era un giorno di riposo, decisi di farmi una passeggiata in montagna.

Giunto al solito posto, decisi di fare un percorso non conosciuto.

Alla mia destra, sulla cima di un monte, stava lo stazzo d’un pastore; vidi da lontano che vi era un certo numero di capre.

Non mi ero mai spinto così in alto, un poco per pigrizia e anche perché ci voleva un bel po’ di tempo.

Sudato e stanco, finalmente arrivai in cima.

Il pastore si affacciò sulla porta e mi diede il benvenuto. Mi diede da bere dell’acqua: era freschissima. La cosa mi meravigliò e gli chiesi da dove avesse preso dell’acqua così fresca.

Mi indicò ai piedi della montagna un punto e disse: «Ecco, vedi? Il ruscello sta quaggiù».

«Dato che sei venuto fin qui» disse, «ti farò provare il meglio di questo posto».

Entrati nella capanna, che era piuttosto grande, non potei fare a meno di notare, appesi alle pareti, grandi disegni e particolari costruttivi di un veliero.

A un lato dell’alloggio vidi un modello in balsa in fase di avanzata costruzione. Mi avvicinai e capii che era proprio un modello in scala di quello dei disegni.

«Sai, qui non viene mai nessuno, e bisogna pur passare il tempo» disse, mentre mi offriva del formaggio e un bicchiere di vino con del pane. «L’ho fatto tutto io: le capre le vedi, il forno è là e la vigna è a valle. Qui puoi vedere la macina per il grano: anche la farina la faccio io. Il lievito, sai, si rinnova, non è quello industriale.

A valle coltivo un piccolo appezzamento di grano. Ormai, per tutti i lavori, conosco le stagioni come un contadino.

Il mio mosto fermenta in questi barili: come vedi, sono tre, ognuno con un tempo di invecchiamento diverso, a seconda di come mi va.

Non ho un torchio: pesto gli acini coi piedi. E poi non è proprio un torchio… un po’ di mosto si spreca, ma ho sagomato questi due massi e aggiungo sopra dei pesi. Ma sì, diciamo che somiglia a un torchio.

Il sale, per il formaggio e per tutte le necessità, ogni autunno me ne porta un sacco un amico pastore che passa di qua. Si accontenta di due forme di caprino: così varia un po’, lui ha pecore.

E ogni anno passa di qua un cacciatore: lo pago con quello che produco ed è ben contento, e lui mi porta roba buona che regge il freddo.

Ah! I cacciatori sanno come vestirsi per la montagna, ed io non ho certo bisogno di un frack: maglie e una mimetica sono il meglio per me.

Nella vita ci si arrangia, sai… fortunatamente o purtroppo, non ho bisogno di nessuno.

È passato molto tempo da quando ho visto del denaro. Come lo fanno adesso?»

«Più o meno nello stesso modo di un tempo» dissi io. «Uguale. E sembra che conosca la strada: va a finire sempre nelle tasche di chi ne ha già».

Questo modo “indipendente” di vivere — dai, diciamolo, anarchico — mi piaceva e mi meravigliava.

E non avrei mai detto che gli mancasse niente.

Era tutto molto buono, come tutto quello che proviene dalla terra senza bisogno di aggiunte di veleni vari o, per usare un termine in uso, additivi.

Il vino ci sciolse la favella e ognuno raccontò delle cose sue.

Tralasciando la mia vita, che è piuttosto ordinaria, vi racconterò qualcosa del pastore.

Era genovese d’origine e da giovane aveva fatto il mastro d’ascia ai cantieri navali.

Il nostro era un anarchico e, per quest’ideale, i sindacati avevano ritenuto di fargli attorno terra bruciata, senza parlare delle Alfette dei carabinieri che lo portavano in questura piuttosto di frequente.

Si vedeva da lontano che era un brav’uomo, ma nonostante questo aveva assaggiato anche le carceri di Marassi.

«È tutto finito» disse con un sospiro. «Qui vivo come mi garba».

«Senza padroni» aggiunsi io.

«E senza preti e poliziotti» aggiunse lui.

«Quanti anni hai?» gli chiesi.

«Ho perso il conto» disse lui, «ma non è lontano il giorno che partirò col mio veliero».

«Col tuo veliero?» dissi io.

«Sì, col mio veliero. Ormai è in fase avanzata di costruzione e mi serve solo la persona giusta per tornare al mare. Forse sei tu…»

«Come?»

«Ho una brutta malattia. Ripassa da queste parti di tanto in tanto: saprai cosa fare».

Ed io ripassai più e più volte, e le storie che raccontava erano sempre più interessanti, e il formaggio e il vino più buoni.

Ed un giorno non lo vidi sull’uscio a salutarmi.

Il suo cadavere era sul pavimento: doveva essere morto da non più di tre giorni.

Era come diceva Trinchetto — così avevo deciso di chiamarlo. Tutto mi venne in mente…

Preparai una pira di cisto con un poco di legna secca che avevo trovato in giro, vi adagiai il cadavere e detti fuoco.

Il primo passo era fatto. A fuoco estinto raccolsi le sue ceneri e le infilai piano piano in un boccaporto del veliero.

Era un modello perfetto, proprio roba da mastro d’ascia.

Scesi giù al ruscello e posai sull’acqua il veliero.

Cominciò a correre come una freccia, assecondando le correnti.

Sapevo che andava verso il mare.

Alzai il pugno chiuso e urlai:

«ADDIO, TRINCHETTO!»

 

 

 

Il veliero (beata solitudine) testo di Fringuello
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